Riforma sul copyright nel digitale: tassa sui link e censura dei contenuti

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Finora Internet ha permesso ad ogni utente di aggregare molti contenuti, tutti insieme: testi, immagini, video, tracce sonore

Il 21 giugno 2018 il Parlamento europeo si è espresso a favore di alcune norme della riforma sul copyright nel mercato digitale, proposta nel settembre 2016.

In particolare, il sì del Parlamento riguarda gli articoli 11 e 13: il primo annuncia una tassa sui link; il secondo prevede che le piattaforme di social networking impediscano agli utenti di condividere contenuti di altri, protetti dal diritto d’autore.

Il consenso del Parlamento europeo non rende leggela riforma sul copyright: quest’ultima, infatti, dovrà essere votata il prossimo 2 luglio 2018 dalla Camera europea e, se accettata, sarà discussa in Consiglio.

Internet

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La link tax

L’articolo 11 vorrebbe prevedere una tassazione sull’aggiunta di link, cioè di collegamenti che rimandano ad un’altra pagina web, nei contenuti online.

In particolare, bisognerebbe richiedere una licenza all’editore del contenuto che si vorrebbe linkare e, per usufruirne, pagare appunto una tassa.

Finora i link sono stati utilizzati per non appesantire i contenuti, rimandando ad altre pagine web gli approfondimenti. Si tratta di quelle parole evidenziate in un colore diverso rispetto al resto del testo, che si possono cliccare.

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Molto spesso la rete Internet è considerata uno strumento non censorio, che permette libertà d’espressione

La censura

L’articolo 13 riguarda piattaforme di social networking come Youtube, Instagram, eBay, Facebook.

La norma prevedrebbe il divieto di pubblicare video, immagini, meme o brani musicali tutelati da licenze: le piattaforme social dovranno impedire, di fatto, la pubblicazione di questi contenuti, per fermare le violazioni sul diritto d’autore.

Punti di vista

Se da una parte queste regole vorrebbero (e potrebbero) garantire il diritto d’autore, dall’altra potrebbero portare a una censura di diverse forme di libera espressione, trasformando la Rete libera come la conosciamo oggi in un sistema normato per i benefici dei grandi colossi editoriali, gli unici che potrebbero permettersi di pagare.

Tuttavia, è vero anche quello che sostiene Alex Voss, il relatore del provvedimento in commissione giuridica, che ricorda che artisti e editori di notizie, «specialmente quelli più piccoli», non sono pagati «a causa delle pratiche di potenti piattaforme di condivisione dei contenuti online e aggregatori di notizie».

E continua: «un modo di fare sbagliato che intendiamo correggere», perché il criterio di una giusta retribuzione del lavoro svolto «dovrebbe applicarsi a tutti, ovunque, sia nel mondo fisico, sia online».

 

 

 

 

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